La gentilezza spiazza l’odio

Chiara Sartori, in arte chiarafacose, racconta come vive i commenti online e perché la responsabilità parte prima di premere invio.

Chiara Sartori, in arte chiarafacose.

Chiara Sartori, conosciuta sui social come chiarafacose, è nata e cresciuta a Bolzano. Con il suo animo artistico e curioso, oggi si muove tra comunicazione, teatro, armocromia, eventi culturali e contenuti digitali. In altre parole, Chiara “fa cose”.


Da circa sei anni si occupa di comunicazione legata agli eventi. Su Instagram propone ogni settimana una rassegna video di appuntamenti culturali ed eventi sociali in programma a Bolzano. Il format nasce da una domanda ricorrente: “A Bolzano non c’è nulla da fare?”. La risposta di Chiara è una selezione di iniziative e occasioni di incontro, pensata soprattutto per giovani tra i 20 e i 40 anni che si sono da poco trasferiti a Bolzano e cercano qualcosa da fare.

La sua presenza online è nata in modo spontaneo, quasi come un servizio tra amici: una rassegna di eventi condivisa prima su WhatsApp e poi resa pubblica. Ancora oggi il suo obiettivo principale è essere utile. Molte persone la ringraziano perché grazie ai suoi video scoprono appuntamenti interessanti. Ma la visibilità porta con sé anche critiche, giudizi affrettati e commenti aggressivi.

Su TikTok riceve più spesso commenti negativi o offensivi. Non sempre la colpiscono sul piano personale, perché molte critiche riguardano il tema del video. In questi casi la sua strategia è rispondere con gentilezza: se qualcuno scrive “Bolzano fa schifo”, lei prova a rilanciare con un invito a informarsi sulle iniziative esistenti.

Per Chiara il problema nasce quando le persone giudicano senza conoscere. «Pensano di sapere tutto e si lanciano in giudizi, offese, insulti, senza pensarci due volte». È qui che il commento smette di essere confronto e diventa attacco gratuito. A volte Chiara sa già quali argomenti potrebbero provocare reazioni sgradevoli e finisce per evitarli: una forma di autocensura che limita la libertà di espressione.

Il tema dell’anonimato pesa molto. «Se non so chi sei mentre tu sai chi sono io, non è corretto», spiega. Da persona riconoscibile - anche grazie alla sua riccia chioma rossa - Chiara sente la responsabilità di tutelare non solo sé stessa, ma anche amici e familiari. Davanti a un profilo anonimo, la possibilità di difendersi si riduce.

Sui suoi canali cerca di creare un clima di condivisione. Per lei i social dovrebbero servire a trovare spunti, ricette, eventi, viaggi, a confrontarsi su esperienze quotidiane e momenti positivi. «Fatico veramente a capire la cattiveria gratuita, perché non ha nessun fine». Per questo evita di trasformare gli hater in contenuto: rispondere all’odio con altro odio significa alimentare lo stesso clima.

La sua regola è semplice: aumentare la positività, non amplificare la negatività. Se un commento è una critica, può diventare occasione di dialogo. Se è un insulto gratuito, viene bloccato. «Non

obbligo nessuno a seguirmi: se non ti piaccio toglimi il follow, ma lasciami in pace». Anche perché commentare con rabbia spesso aumenta l’interazione e la visibilità del contenuto criticato.

Chi ha visibilità sui social, secondo Chiara, ha una responsabilità nel tono che crea attorno a sé. Non significa evitare il dissenso: «Se uno ha una visione diversa dalla mia ci sta che me la dica, sono disposta ad ascoltare». Ma c’è una linea chiara tra dire “non mi piace questo contenuto” e dire “mi fai schifo tu come persona”. La prima è critica, la seconda è un attacco.

Sui social vediamo solo una parte della vita delle persone. Chiara condivide momenti positivi, esperienze, episodi divertenti e qualche piccola sfortuna per strappare un sorriso. Ma nessun profilo racconta tutto: dietro ogni contenuto c’è una persona più complessa dell’immagine che appare online.

Negli ultimi anni, conclude, la negatività non è cresciuta solo per quantità, ma per velocità. «La gente non usa più il tempo per ragionare prima di rispondere». Da qui può partire il cambiamento: fermarsi un attimo prima di scrivere. Chiedersi se quel commento serve davvero, se costruisce o distrugge. Perché il clima online lo creiamo noi.

Weiter
Weiter

Für eine digitale Kultur, die guttut